"La Quaresima è tempo di speranza"

Ceneri, l’omelia del Vescovo: “Ritornate a me con tutto il cuore! Lasciatevi riconciliare!”

Letture:
Gl 2,12–18
2Cor 5,20–6,2
Mt 6,1–6.16–18

1.
La quaresima è tempo di speranza: il credente e le Comunità cristiane si mettono di buona lena in cammino verso la Pasqua del Signore.
La Pasqua infatti fa da sfondo al tempo quaresimale, ed impedisce lo scoraggiamento e la dissipazione. La Pasqua dice che nuove possibilità vengono donate all’uomo e all’umanità, che nessuno è definitivamente perduto.
La Pasqua attesta che la guerra non è l’ultima parola della convivenza umana e della storia; che la guerra può dunque essere fermata e la prepotenza “non può cantare vittoria”; che la violenza non si addice all’uomo e ai popoli nella loro dignità di uomini e di popoli.
La penitenza quaresimale, quando è vissuta in una lugubre lamentela dei propri misfatti, è molto lontana dal Vangelo che nella conversione dei cuori annuncia le opportunità di rinascita che il Dio della pace concede, sempre, agli uomini.
Sì, la quaresima è tempo di speranza.
Perciò è tempo esigente circa le risposte al suo amore che il Signore si attende dai discepoli suoi e da tutti gli uomini.
Tu ami tutte le tue creature, o Signore,
e nulla disprezzi di ciò che hai creato
(Antifona d’ingresso)
Il combattimento contro lo spirito del male, la lotta che quotidianamente ci attende è già vinta, quando ci affidiamo alla grazia divina che ci è partecipata.
La guerra, quella salutare, va ingaggiata contro ciò che rende l’uomo meno uomo, per essere e crescere come gente viva in Dio, che è il Vivente misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore.
Il Dio del perdono e della pace, oggi, ancora oggi, apre le braccia della sua misericordia per l’abbraccio del suo amore. Egli supplica gli uomini e i popoli:
Ritornate a me con tutto il cuore!
Lasciatevi riconciliare!

Un Dio che non fa guerre, ma giunge a supplicare l’uomo, per amore!

2.
Ecco, ora il momento favorevole.
Questi giorni, così oscuri, appena rischiarati dall’inizio della fine di una pandemia devastante, ci vedono, ora, piombati nel buio e nell’incertezza di una guerra, improvvisa e ingiusta.
Questi nostri giorni sono ulteriormente feriti da rincrescimenti e da preoccupazioni.
Le coscienze sembrano incattivite, incapaci di amare e di essere amate. Si fa fatica a percepire l’appello al bene che è connaturale all’essere dell’uomo; l’appello del bene nella sua forma elementare della giustizia e della pace.
Con la dimenticanza di Dio che solo può strappare l’uomo dalle grinfie della morte di se stesso e ridargli la vita, tutto sembra parlare di declino: declino della civiltà, declino dell’umanità.
Declino? Oppure risveglio?
È shoccante vedere le operazioni militari che la TV ci propina senza risparmio. Ma è anche estremamente salutare vedere e partecipare ai mille e più gesti di solidarietà che stiamo tutti ponendo.
La crisi non sempre è segno di disfatta. Le crisi possono anche realizzarsi come passi verso un futuro nuovo e sorprendente. La novità è tale in quanto non ripete pedissequamente il già vissuto ma apre all’inedito. All’inedito di Dio.
Abbellisci la tua casa di modestia e di umiltà mediante la pratica della preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna le sue pareti con le opere buone come di una patina di oro puro e al posto dei muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale magnanimità, ponendo sopra ogni cosa, in alto sul fastigio, la preghiera a decoro di tutto il complesso. Così prepari al Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia. Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della sua presenza. (Giovanni Crisostomo, Omelia 6)
Si tratta, dunque, di non indurire il cuore. Si tratta, ancora, di ascoltare la voce del Signore.

3.
Il Dio, che Gesù Cristo ci ha fatto conoscere, è il Dio che ascolta il suo popolo, fa attenzione sia al gemito che alla lode. Lo ascolta quando chiede con l’insistenza dei figli e lo supplica con la confidenza delle creature verso il proprio Creatore.
Dio ascolta gli uomini anche quando dicono parole non propriamente sensate ed appropriate.
Dio, ascoltandoci, ci educa, così, all’ascolto attento ed appassionato di Lui e degli altri.
Il nostro Dio è il Dio-con-noi, il Verbo incarnato che insegna ai suoi discepoli l’ascolto della realtà, senza inganni o autoinganni, senza superficialità e facilonerie.
L’ascolto è, dunque, pratica penitenziale molto appropriata. Ascoltare infatti è prendere sul serio, è fare attenzione. L’ascolto nasce dal silenzio del cuore in cui si fa spazio all’altro da sé, sia Dio che il prossimo. In un tempo di autoreferenzialità e di autocentramento, l’ascolto è perciò un buon cammino di conversione.
Così la preghiera che la quaresima ci raccomanda è quella della “propria camera”, al riparo dall’esibizionismo devoto. La preghiera trova nell’accoglienza sincera della Parola di Dio il terreno fertile del suo esercizio verace e fecondo.
Così la preghiera è contestazione di chi confida nelle armi e, illudendosi, cerca di imporsi con la forza e l’aggressione all’altrui libertà.
La preghiera è contestazione effettiva della guerra e della violenza perché essa nasce sempre dal Dio della pace e della misericordia e sempre è a Lui rivolta.

4.
La Chiesa, nella concretezza delle sue comunità, è chiamata, dal suo unico Dio e Signore, ad essere segno e strumento, “sacramento” che mostra e rinvia alla salvezza di Dio, al Dio redentore e liberatore che è all’opera nella vicenda umana.
La Chiesa con la sua presenza fa vedere, con la sua voce fa sentire, con la sua vita fa incontrare, con la tenerezza dei suoi gesti fa gustare il Dio del Vangelo. Tutto nella Chiesa è a servizio della salvezza da Dio donata agli uomini tutti della terra. La Chiesa non esiste per se stessa!
La Chiesa è Chiesa di Cristo quando pensa se stessa come “missionaria”, quando si mostra al mondo “con le porte aperte”, Chiesa in uscita, cioè partecipe con la forza del Vangelo delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce dell’umanità di oggi. Nulla di genuinamente umano è estraneo all’interesse e alla partecipazione dei figli della Chiesa.
L’elemosina di cui parla Gesù nel Vangelo appena proclamato non è forse, anche, il rifiuto della guerra che, di per sé, è strumento di offesa, di accaparramento, di predominio?
L’elemosina quaresimale non è forse in vista della condivisione? Condivisione dei beni materiali, di cui nessuno è padrone assoluto; ed anche di quelli culturali come le conquiste delle scienze e delle tecniche, nonché le realizzazioni dell’arte e della creatività umana.
Un mondo conquistato dalla bellezza è naturalmente aperto alla inesauribile e pura sorgente della bellezza che è Dio, creatore e redentore.

5.
La quaresima parla anche del digiuno. Certamente digiuno dal cibo, specialmente quello raffinato; e pure digiuno delle cose che sembrano indispensabili, ma che in realtà non lo sono. Il digiuno di cui parla il Vangelo riguarda anche le parole inutili e dannose, i pensieri perversi e malefici, le azioni malvagie.
Si astenga la lingua anche dal turpiloquio e dalla maldicenza. A che serve privarsi di polli e di pesci e poi addentare e divorare i fratelli? Il maldicente mangia carne fraterna e morde il prossimo. (Giovanni Crisostomo, Al popolo antiocheno, 3).
Digiuno come attestazione del bisogno radicale di parole vere e sensate, di pensieri puliti, di azioni gustose di vita. Digiuno per poter riacquistare la generosità del cuore, l’agilità della mente, la bontà della vita.
Il digiuno quaresimale non è una “dieta” suggerita dall’estetica o dalla devozione, ma è ricerca dell’essenziale, di ciò che conta e vale.
Così il digiuno quaresimale è contestazione della guerra fatta in nome dell’interesse egoistico, con intendimenti di supremazie geopolitiche di uomini e di popoli a danno dei più deboli. Il digiuno si traduce nel profumo affascinato di chi rigetta l’ipocrisia dei conflitti e manifesta il volto pulito di chi coltiva la purezza del cuore.
Il digiuno scelto dice, in fondo, a Dio:
Sei tu il mio Signore, il mio unico bene!

6.
Lo sguardo della fede va, ancora, alla Pasqua del Signore, a quella della pienezza dell’eternità e a quella liturgica annuale che ne è il preludio. E che, con le parole di sant’Agostino (Discorsi 256, 3), vogliamo fin da ora pregustare.
O felice quell’alleluia cantato lassù!
O alleluia di sicurezza e di pace! Là nessuno ci sarà nemico, là non perderemo mai nessun amico. Ivi risuoneranno le lodi di Dio.
Certo risuonano anche ora qui. Qui però nell’ansia, mentre lassù nella tranquillità. Qui cantiamo da morituri, lassù da immortali. Qui nella speranza, lassù nella realtà. Qui da esuli e pellegrini, lassù nella patria.
Cantiamo pure ora, non tanto per goderci il riposo, quanto per sollevarci dalla fatica. Cantiamo da viandanti.
Canta, ma cammina. Canta per alleviare le asprezze della marcia, ma cantando non indulgere alla pigrizia.
Canta e cammina.
Che significa camminare? Andare avanti nel bene, progredire nella santità. Vi sono infatti, secondo l’Apostolo, alcuni che progrediscono sì, ma nel male. Se progredisci è segno che cammini, ma devi camminare nel bene, devi avanzare nella retta fede, devi progredire nella santità.
Canta e cammina.

Buona quaresima, allora, per una buona Pasqua!

+ Giuseppe Giuliano,
vescovo di Lucera – Troia