La lettera del Vescovo a don Edoardo, prete immaginario solo di nome

Riflessioni per il clero diocesano

 

Al solito don Edoardo,

prete immaginario solo di nome.

 

Caro don Edoardo

il caldo soffocante di questa torrida estate invita a non agitarsi troppo. In questi giorni di forzata inattività fisica, il pensiero corre frequentemente alla esperienza anche quest’anno vissuta, in due turni, con i nostri preti, a Monte Sant’Angelo. Ricordi? Abbiamo riflettuto sulla missione: “esercizi di missione”.  Guidati ancora dal gesuita, padre Flavio.

Ci siamo detti tante cose belle, anche se a tratti decisamente scomode.

Ci siamo ritrovati sul fatto che la “missione” non riguarda solo gli “addetti alle missioni”, né può essere ridotta ad una tecnica propagandistica. Essa, piuttosto, è risvolto essenziale della vita cristiana in quanto il mandato missionario è stato dato dal Signore Gesù a ciascuna comunità cristiana e, in forza del battesimo ricevuto, ad ogni credente.                                                                                         La “missione” è dimensione costitutiva della fede e appartiene alla natura stessa della Chiesa. La Chiesa infatti, quale “popolo adunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, è costituita da Cristo stesso come “popolo messianico” e “strumento di redenzione” per tutti gli uomini, di tutti i popoli della terra e di tutti i tempi della storia.

La Chiesa è “comunione”, generata dalla perfetta Comunione trinitaria, e insieme è “missione” che prolunga nel tempo umano la stessa missione redentrice di Gesù Cristo, Verbo incarnato per la salvezza dell’umanità. In quanto “comunione”, la Chiesa è necessariamente anche “missione”, e viceversa. La missione irrobustisce e verifica la comunione, e viceversa.

“Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune … Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati” (At 2, 44 – 48).

La missione cristiana nasce dalla fede e si nutre di fede. La fede come dono che viene dall’alto, senza alcun merito umano. La fede che in Gesù di Nazaret riconosce il Messia atteso, il Figlio di Dio incarnato, il Crocifisso risorto; la fede ricevuta, vissuta e condivisa nella realtà ecclesiale originata dal sacrificio redentore di Gesù Cristo. “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4, 20).

La missione senza la fede scade a “proselitismo”, la fede senza la missione inaridisce in un intimismo sterile e fuorviante.

Dunque “io non mi vergogno del Vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rm 1, 16): l’affermazione di Paolo ben si addice anche al nostro ministero.

La Chiesa ed ogni battezzato, a cominciare dal ministri ordinati, non possono “tenere per sé” la ricchezza di vita che hanno ricevuto dalla divina bontà; né possono nascondere la “bella e buona notizia” del Vangelo che urge di essere comunicata a tutti gli uomini e a tutti partecipata quale dono di salvezza.

Edoardo, ricordi? Ci siamo ripetutamente detti che la missione è un problema di fede, anzi “è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi”.

In  Gesù Cristo infatti l’uomo riceve riscatto da ogni alienazione e da ogni smarrimento, e viene sottratto alla schiavitù del peccato e alla “tenaglia” della morte: Gesù Cristo, lui solo, è veramente la nostra pace.

La missione, vissuta nella salda convinzione della fede e nel rispetto suggerito dalla carità, aiuta a purificare la vita cristiana. E, alla luce della verità del Vangelo, permette di allontanare la tentazione di ridurre il cristianesimo ad un sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere che si chiude negli angusti confini dell’immanenza terrena privando il cuore umano del respiro dell’assoluto di Dio.

La missione aiuta noi sacerdoti ad uscire dalle chiusure e dalle autoreferenzialità in cui la logica mondana ci tiene prigionieri. È vero, i preti sono figli del loro tempo. E noi lo siamo di questo tempo “sazio e disperato”. Una certa più o meno marcata avidità, il ruolo con le sue invidie/gelosie soffocano in modo esagerato la nostra umanità ed anche la nostra fede.

La missione ci riporta alle radici sia della nostra umanità che della nostra fede, alle fondamenta del nostro ministero. La missione ci fa scoprire di continuo il Vangelo come percorribile risorsa di liberazione e come accesso alla pienezza di vita.

Lo spirito mondano ostacola la fede e la missione che la esprime, perché si nutre non della verità del Vangelo, ma di quelle “mezze verità” che sono molto simili alle bugie, se non addirittura alle menzogne. La mondanità, anche quella contrabbandata con il devozionismo e con il fanatismo, rinchiude le comunità cristiane nello spirito antievangelico. E impedisce al presbitero e al presbiterio nel suo insieme di crescere “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 52). E questo, credimi, è un grosso ostacolo alla missione che ci è stata affidata perché mette in questione la nostra personale credibilità.

Dobbiamo, forse, imparare a lavorare su noi stessi, a liberare la nostra umanità, a non idolatrare il nostro io fino alla preoccupazione ossessiva di esso. Quanta angoscia attiriamo nel nostro cuore fino a non cogliere le qualità, i talenti che ci sono stati dati! Irretiti dal confronto e dalla competizione, da varie forme di noia e di cupidigia, dalla rivendicazione e dal rimpianto, … abbiamo bisogno, noi preti, di liberazione e di salvezza, per conoscere in noi stessi e, finalmente, riconoscere e sviluppare i doni di cui siamo stati colmati.

E così imparare a crescere in modo più deciso nel rapporto personale con il Signore.

La preghiera ordinata e fedele, caro don Edoardo, non va trascurata: tutti lo diciamo, è necessario tradurre finalmente in pratica personale e comunitaria questa affermazione. Un presbitero e  un presbiterio che pregano poco e male sono incamminati verso la sterilità apostolica dunque al non senso di esistenza.

È necessario crescere nella sollecitudine e nell’accompagnamento  “pastorale” con il raccogliere le difficoltà umane e spirituali degli altri e dunque con la responsabilità comunitaria. Il cammino solitario non appartiene al nostro progetto di vita.

Siamo tanto presi dai nostri, non sempre sensati, problemi da non accorgerci degli altri. Noi preti siamo chiamati, ogni giorno, a prenderci cura degli altri e delle loro (vere) difficoltà. La gente chiede di essere aiutata a vivere in modo diverso e ci chiede di raccontare loro quello che abbiamo “visto e udito”, ci chiede di “narrare la persona” di Gesù di Nazareth che ci ha raggiunto e incontrato, che ci ha guardato e chiamato, che rappresenta il senso vero e profondo della nostra vita e del nostro servizio alla Chiesa e al mondo.

Gesù è venuto tra noi a portare la salvezza integrale, la salvezza che riguarda tutto l’uomo e tutti gli uomini, aprendoli ai mirabili orizzonti della filiazione divina e all’eternità della vita stessa di Dio.

Lontano da Gesù Cristo siamo anche capaci di infliggere, a noi stessi e agli altri, crudeltà inaudite. Siamo capaci di avanzare pretese che non hanno realistica consistenza.

A questo proposito, come non richiamare quello strisciante infantilismo che tiene bloccato il “cuore” umano, lì dove si incontra il Signore e la sua santa e benevola volontà? Come non accennare a quelle immaturità che non di rado si declinano in pretese ingiuste ed esagerate nei riguardi del vescovo, dei confratelli e della nostra gente?

Per quanto mi riguarda, lo dissi a Monte Sant’Angelo e lo ripeto, cerco ogni giorno di offrire al Signore le tante cose belle che ricevo in dono, ma anche le umiliazioni e le mortificazioni che neppure mi mancano. Cerco di pensare ai “miei” preti nell’ottica del bene comune ecclesiale e del bene personale di ciascuno, senza favoritismi e parzialità. Cerco così di non assecondare capricci, ma di promuovere e sostenere i desideri buoni e fecondi, soprattutto le iniziative evangeliche che pur vengono messe in atto. Cerco poi di proporre esperienze formative di qualità in uno stile di sobrietà e di essenzialità.

Cerco … E non è detto che ci riesca! Per questo chiedo la preghiera e l’aiuto, anche il richiamo (rispettoso e sereno) tuo e dei confratelli presbiteri.

In sintesi, dunque la missione si nutre del rapporto quotidiano, intimo ed amicale con il Signore Gesù, ed anche dell’amore concreto alla santa Chiesa, a questa Chiesa che tra le luci e le ombre della storia avanza verso la pienezza della luce. Questo, potremmo dire, è il fondamento spirituale della missione.

La missione si radica nell’esperienza sacramentale della grazia di Dio, perché non è chi pianta o irriga, ma è il Signore che fa crescere il suo Regno nel cuore degli uomini e in quello dell’umanità. Anche se ha scelto di aver bisogno di “operai” che sappiano ben piantare e ben irrigare. Ecco il fondamento sacramentale della missione.

La missione richiede “operai” che siano coerenti con quello che loro stessi annunciano e propongono. Non tanto orgogliosamente impeccabili, quanto umili servitori del Vangelo, consapevoli dei loro limiti e dei loro peccati, ma anche della grazia che dona perdono e pace a loro stessi e al mondo intero. È questo il fondamento morale della missione.

Infine, il fondamento totalizzante della missione cristiana. Gesù non chiama a tempo, né per alcune ore della giornata. Gesù Cristo è un Maestro esigente, è il Signore che si dona completamente e totalmente, e perciò chiede il tutto dell’uomo che chiama alla sua sequela.

Dargli il tutto di noi stessi, senza riserve, equivale a trovare la vita, il senso e la pienezza della vita. Equivale a prolungare tra gli uomini e le donne del nostro tempo la predicazione che predispone ed accompagna l’accoglienza del Regno di Dio nei solchi inquieti di questa umanità. Equivale a prendere parte già oggi alla vita eterna. “Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mc 8, 35)

Ora, ti saluto, don Edoardo. Abbiamo ricordato le riflessioni fatte circa “la missione”. E il prossimo mese di ottobre sarà un mese missionario straordinario, da vivere con intensità e coinvolgimento pieno delle nostre comunità.

Abbiamo detto le “cose grandi” che il Signore chiede da noi. Quanta fiducia deve avere in noi l’Onnipotente! Non ti spaventare. Non temere. Colui che ci coinvolge nell’avventura del Regno ci dona la grazia necessaria a restargli fedeli.

 

Lucera, 24 agosto 2019, Festa di san Bartolomeo, apostolo

 

+ Giuseppe Giuliano, vescovo