La nuova riflessione del Vescovo indirizzata all'amico prete

“A don Edoardo”: la nuova lettera

A don Edoardo,
il prete di cui solo il nome è immaginario

Caro don Edoardo,
ti scrivo questa volta sull’obbedienza. Un tema delicato e difficile. Certamente scomodo e “non di moda”. Ma penso che si debba sollevare il “problema”, anche per la sua centralità nella nostra vita di preti e di credenti.
A tal proposito si avverte un certo malessere in crescita. È bene, così, tener presente che obbedienza e pace interiore vanno insieme, così come agitazione, insoddisfazione e disobbedienza vanno insieme.
Le riflessioni che seguono sono il frutto di un “discernimento personale”. Riguardano me, innanzitutto. Perché anche al vescovo è richiesta la pratica virtuosa dell’obbedienza.
Mi ritrovo in una fase della vita in cui si cerca di tirare, in qualche modo, le fila del cammino fatto e ci si prepara, sempre in modo inadeguato, al grande incontro che si spera ammantato dalla misericordia divina.
L’etimologia della parola obbedienza si ricollega al latino e, in particolare, all’unione del prefisso ob- (= dinnanzi) col verbo audere (= ascoltare). Obbedire significa letteralmente ascoltare chi sta dinnanzi, in altri termini, prestare ascolto. La parola obbedienza va dunque resa in italiano con sentire, ascoltare.
L’esempio di Gesù, in permanente ascolto del Padre e in stabile obbedienza alla paterna volontà, è particolarmente calzante.
Dio opera attraverso le obbedienze che si ricevono: lo Spirito di Dio agisce e parla anche attraverso le disposizioni di chi ha il compito, non certo agevole, dell’autorità e dunque deve essere in permanente ascolto della divina volontà per il bene del popolo che gli è affidato. La visione d’insieme della Comunità cristiana suggerisce le scelte da fare per il bene complessivo.
Dio parla pure attraverso i desideri umani, per cui ciascuno è tenuto, anzi è obbligato, ad esprimere i propri dubbi e le proprie perplessità circa l’obbedienza ricevuta, anche se poi alla fine è vincolato da essa.
L’obbedienza è, in fondo, una questione di libertà. Essa infatti allontana l’individualismo, con i suoi non salutari tentacoli. E protegge dall’orgoglio che è la radice di tutti i mali sia personali che ecclesiali. Si tratta della libertà che viene dall’essere distaccati dall’egocentrismo nelle sue forme sempre eccessive, con la gioia della sequela del Signore, riconosciuto ed accolto come l’unico e vero Dio.
L’obbedienza libera per una disponibilità generosa e permette di volere la propria vita improntata al servizio di Dio e dei fratelli. L’obbedienza è concreto affidamento alla “cultura del vangelo”, cioè alla cura di Dio che non lascia deluse le attese di bene dei suoi figli.
Uno degli errori, direi dei peccati, più infantili è quello di covare rancore per le decisioni prese dai superiori, fino a detestarli per anni e con risoluzione. Dimenticando così che lo Spirito agisce anche attraverso le decisioni ritenute “sbagliate”.
Ti prego, Signore mio, di rimuovere ogni cosa che ti allontana da me e che mi allontana da te.
Accettare l’obbedienza “per obbedienza” porta la pace del cuore nella consapevolezza che Dio opera anche nelle disposizioni che non si condividono. E che, non di rado, urtano il proprio “amor proprio”.
Chi esercita l’autorità è obbligato, lui per primo, alla preghiera, all’ascolto, alla riflessione circa i desideri di Dio. Ma ha anche l’obbligo del coraggio – il coraggio dettato dall’amore – pure quando preferirebbe “far finta di niente”.
Ci vuole infatti il coraggio nell’amore per fare ciò che è richiesto dal bene vero del popolo di Dio e della stessa persona che viene raggiunta dalle disposizioni impartite.
Allontanarsi dall’obbedienza è allontanarsi da Dio per uno stato di prostrazione e di disperazione. Il nemico è all’opera nel far leva sulla superbia che sempre spinge non alla soddisfazione individuale ma all’angoscia personale.
Chi, poi, si ribella all’obbedienza – è opportuno notarlo! – non di rado la pretende per i propri capricciosi voleri.
L’obbedienza è la modalità di cui Dio si serve per formare nella fedeltà i suoi figli.
L’obbedienza infatti richiama la fedeltà: in chi la dà e in chi la riceve. Fedeltà al Dio fedele, fedeltà alla Chiesa il popolo dei fedeli.
L’obbedienza ai “superiori” educa ad una forma più radicale di obbedienza che è quella verso tutto ciò che la vita offre ed intravvedere così la volontà di Dio all’opera.
Tutte le sinfonie umane restano incomplete, solo la sinfonia divina è perfettamente compiuta ed armoniosa.
Nella tua volontà, o Signore, è la pace.
L’obbedienza fa, non di rado, “assaggiare” la croce, ma la croce porta alla risurrezione.
Obbedienza significa, in fondo, stare nelle mani di Dio, lasciare che a decidere sia Dio con la sua sapienza e la sua misericordia. Come Gesù che nel Getsemani sperimenta il mistero della sofferenza e la solitudine, pur nell’intimità dell’abbandono alla volontà del Padre.
La sofferenza è e rimane un mistero che non sempre si comprende pienamente. Essa è da collocare, per un po’ di pace, nel contesto misterioso d’amore tra Dio e l’uomo.
Ciascuno, in realtà, deve fare i conti, in modo sincero, con Dio: la propria vulnerabilità richiama la necessità di arrendersi al piano che Dio ha in serbo per lui.
Accogliere la fragilità tipica dell’umana natura aiuta a cogliere la realtà così come essa è concretamente, non come si vorrebbe che fosse. E così andare verso Colui che, solo, è l’Essere perfettissimo ed assoluto.
Allora
Come olivo verdeggiante, nella casa di Dio.
Mi abbandono alla fedeltà di Dio, ora e per sempre.

Ti ringrazio, Edoardo, dell’ascolto. E quello che non sono riuscito a dire lo suggerirà la sapienza del nostro Dio e la tua intelligenza da essa illuminata.

Lucera, 14 settembre 2023
Festa dell’esaltazione della santa Croce

+ Giuseppe Giuliano, vescovo